Chiedersi se l’intelligenza artificiale sia uno strumento o “qualcosa di più” è una domanda mal posta: è uno strumento che influenza le decisioni, per costruzione. Le nostre scelte sono già condizionate da mille fattori casuali: il clima, l’umore, una notizia. Con l’IA abbiamo costruito un metodo per orientare quelle influenze verso uno scopo preciso, sistematico, scalabile.

Il potere di spostare l’ago

Se l’influenza è l’atto di spostare l’ago della bilancia, il potere è la forza con cui lo si sposta. Oggi questa forza agisce sulla nostra mente con una precisione inedita: personalizzata, ripetuta centinaia di volte al giorno, calibrata sul singolo. In molti casi l’IA non decide, ma struttura il campo delle decisioni: seleziona, ordina, suggerisce. E quando chi decide si limita a ratificare, la differenza tra suggerimento e decisione diventa invisibile.

Chi controlla l’infrastruttura

Tutto questo gira su infrastrutture concentrate in pochissime mani. Tre operatori statunitensi controllano circa due terzi del cloud globale; i modelli di frontiera sono americani o cinesi; in Europa c’è qualche bandiera isolata, come la francese Mistral, e poco altro. Sul piano dei dati operativi, aziende come Palantir forniscono agli Stati, anche europei, le piattaforme per analizzarli: lo Stato resta titolare dei dati, ma il controllo effettivo passa a chi progetta l’architettura.

Il “manifesto” in ventidue punti pubblicato da Palantir, tratto dal libro del suo amministratore delegato Alex Karp, lo dice apertamente: il soft power è finito, l’hard power di questo secolo si costruisce sul software, e sulle armi basate sull’IA la questione “non è se verranno costruite, ma chi le costruirà per primo”. È la fine di una finzione utile: la tecnologia neutra.

E l’Europa?

Stiamo regolando infrastrutture che non possediamo. L’AI Act è un passo importante, ma arriva su un terreno in cui la sovranità tecnologica è già stata in gran parte ceduta: è come scrivere il codice della strada senza avere né fabbriche di automobili né autostrade. Eppure le capacità scientifiche le avremmo, a patto di smettere di far scappare i nostri ricercatori.

La domanda allora è un’altra: come facciamo a sapere se ciò che ci arriva è allineato con i nostri obiettivi, e non con quelli di chi ha progettato il sistema? Il manifesto Palantir ci dice da che parte vuole stare. Tocca a noi capire da che parte vogliamo stare, finché abbiamo il tempo e gli strumenti per scegliere.

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