Il 31 dicembre si chiude l’ultima strada per assumere in modo stabile i ricercatori precari degli enti pubblici. Ma la scadenza è il sintomo: il guasto è un sistema che forma talenti a termine e li lascia andare proprio quando cominciano a rendere.

Lasciarli andare è ingiusto per loro e un pessimo affare per tutti gli altri.

Il Wi-Fi con cui state leggendo queste righe deve molto ai buchi neri.

A metà degli anni Settanta l’ingegnere australiano John O’Sullivan e un gruppo di astronomi provavano a captare, con un radiotelescopio olandese, il debolissimo segnale che secondo Stephen Hawking i buchi neri più piccoli avrebbero emesso evaporando. Per estrarlo dal rumore di fondo misero a punto una tecnica matematica. Di buchi neri non ne trovarono. Nel 1992, però, nei laboratori del CSIRO, l’ente pubblico di ricerca australiano, O’Sullivan doveva far comunicare senza cavi i computer di una stanza, dove i segnali rimbalzano sulle pareti e arrivano sporchi e in ritardo. Era, in sostanza, lo stesso problema. Il brevetto ha fruttato al CSIRO royalty nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari.

Nessuno avrebbe scritto «reti senza fili» in un progetto sui buchi neri. È la natura della ricerca di base: non sa che cosa troverà, e per questo è così difficile da difendere quando si compila un bilancio. Il ritorno arriva tardi, per vie imprevedibili, e arriva a chi, quel giorno, ha ancora in casa le persone capaci di riconoscerlo.

In Italia, in questi mesi, ci stiamo organizzando per non averle più.

Il 31 dicembre scade il termine della legge Madia per stabilizzare i ricercatori precari degli enti pubblici di ricerca: senza proroga, si chiude l’ultima porta per assumerli in modo stabile. Questa è l’urgenza, e ha un calendario. Ma la scadenza è il sintomo, non la malattia. La malattia è un meccanismo: si assume a termine, si forma con denaro pubblico, si lascia andare proprio quando l’investimento comincerebbe a rendere, e si ricomincia da capo con altri.

Stabilizzare chi c’è oggi è il minimo indispensabile. Il traguardo è smettere di fabbricare precari, e cominciare a trattare i ricercatori per quello che sono: una risorsa strategica, da cui dipendono le imprese, la tecnologia, la capacità del paese di decidere da sé.

Una ricercatrice tipo

Prendiamo una ricercatrice tipica di un ente di ricerca italiano. Ha quarant’anni, conta cinque anni di laurea e tre di dottorato di ricerca, ai quali si aggiungono fra otto e dieci anni di lavoro con contratti rigorosamente a termine. Progetta strumenti per telescopi fra i più grandi del mondo, scrive il software che trasforma segnali quasi invisibili in dati, guida gruppi internazionali. Fa lo stesso lavoro dei colleghi di ruolo, ma con un contratto che ha una data di scadenza.

Dietro la media ci sono persone vere. Le chiameremo Davide e Chiara, nomi e alcuni dettagli sono stati modificati, per tutelarli. Davide, quasi 40 anni, ricercatore precario di uno degli enti di ricerca di punta italiani, ha firmato cinque contratti in sette anni. «Il più corto è durato tre mesi, ma quest’anno lo batterò con uno da due mesi». Chiara, superati i 40 anni, precaria dello stesso ente di ricerca, di contratti ne ha avuti 11 in 7 anni: il contratto più breve è durato due mesi.

Entrambi avevano un’alternativa all’estero, e hanno scelto di rimanere. Adesso rischiano di doversene andare.

E se lo facessero? Chiara è molto diretta: «Certo, quello che ho fatto potrebbe essere replicato da qualcun altro. Ma per arrivare allo stesso punto servirebbero almeno lo stesso tempo e le stesse risorse che sono state investite su di me. E vorrebbe dire spendere di nuovo denaro pubblico per ricostruire competenze che, di fatto, esistono già.»

Non è un’eccezione. Partiamo da un esempio reale: secondo i dati raccolti dai lavoratori, a luglio i precari dell’INAF erano 719 contro 1.197 dipendenti di ruolo: quasi quattro su dieci, ovvero, una quota enorme del lavoro scientifico dell’ente è svolta da persone che l’ente non sa se potrà continuare a impiegare. Nel 2021 erano 335. Le cifre cambiano a seconda di chi le conta (una lettera dei precari di aprile ne indicava 660). La direzione è la stessa.

Per loro c’è una porta che sta per chiudersi. La legge Madia del 2017 consente di assumere a tempo indeterminato chi ha lavorato almeno tre anni negli ultimi otto ed è entrato con una selezione pubblica; per gli enti di ricerca vale fino al 31 dicembre 2026. All’INAF hanno già i requisiti fra 150 e 300 persone, secondo le ultime stime dei ricercatori. Il Milleproroghe di febbraio non l’ha prorogata: la FLC CGIL riferisce che sono stati respinti tutti gli emendamenti per spostare il termine al 2028. Dopo restano i concorsi, quando e se ci saranno.

Una promessa ritirata

La soluzione in INAF, peraltro, seppur parziale, era stata trovata. Secondo la Rete Stabilizzandi, che riunisce i precari dell’ente, nel giugno 2025 il ministero dell’Università promise 6,5 milioni di euro l’anno per stabilizzarli. La promessa diventò un emendamento, ritirato «per problemi di copertura». Ripresentato in legge di bilancio da senatori di Fratelli d’Italia, è stato sostituito da una norma diversa, che impone agli enti di cofinanziare e favorisce chi lavora ai progetti del PNRR con due anni di servizio. Il testo originale avrebbe permesso circa 120 assunzioni.

Il CNR, intanto, ha cominciato a stabilizzare applicando la stessa legge. Stessa norma, stessa scadenza, due esiti diversi. La differenza sta nei fondi e in come sono arrivati: quelli del CNR (circa 10 milioni l’anno, per circa 180 posti) vengono da un emendamento di Pd, M5s e Avs alla manovra per il 2025, coperto con il «tesoretto», la quota di modifiche che la legge di bilancio riserva alle opposizioni. La maggioranza lo ha accolto.

Ancora a luglio 2025, secondo il coordinamento Precari Uniti CNR, erano gli unici fondi realmente disponibili per stabilizzare. Il piano straordinario del ministero, a marzo 2026, ha poi assegnato 2,7 milioni al CNR e 1,6 all’INAF: per l’INAF 52 assunzioni, contro le circa 120 che avrebbero permesso i 6,5 milioni promessi. Ma comunque non ancora abbastanza per tutti gli aventi diritto.

Il problema, purtroppo, va oltre INAF: al CNR si stimano circa quattromila precari, all’INFN circa ottocento. Quei fondi, per il CNR, coprono una parte piccola della platea.

Quanto costa trattenerli? Con 6,5 milioni si pagano circa 120 posti: 54.000 euro l’anno a testa, il costo pieno di un ricercatore all’ingresso. Divisi per gli italiani sono undici centesimi a testa l’anno. E queste persone sono già pagate, in gran parte con fondi europei, del PNRR o di progetto: stabilizzarle sposta una spesa esistente da una colonna provvisoria a una permanente.

Ma l’INAF è un esempio, e il conto va fatto per tutti. I precari dei tre grandi enti (CNR, INFN e INAF) sono fra 4.400 e 5.500: stabilizzarli tutti, a 54.000 euro l’anno ciascuno, costerebbe fra 240 e 300 milioni l’anno. Per ogni italiano, un caffè ogni tre o quattro mesi. Non tutti avrebbero i requisiti, quindi è un tetto e non una previsione.

Per avere un termine di paragone, l’aumento dello stanziamento del ministero della Difesa rispetto al 2022 è di circa 6,5 miliardi l’anno: oltre venti volte il costo massimo che abbiamo appena stimato per stabilizzare tutti i precari dei tre enti.

Sarebbe scorretto, però, dire che stabilizzare i precari sia una briciola. La spesa si ripete ogni anno, e per l’INAF vale il 4,3% del fondo ordinario (151,3 milioni nel 2026). Ma il costo non è l’argomento più forte. Anche se fosse molto più alto, la domanda resterebbe la stessa: rende?

Perché conviene

L’Italia non ha terre rare, né litio, né i giacimenti su cui oggi si gioca la competizione tecnologica. Ha persone capaci di fare scienza di frontiera, formate per decenni a caro prezzo. È questo il suo capitale, ed è quello che stiamo lasciando andare.

Il Wi-Fi ci ha insegnato che il ritorno della ricerca di base non si può prevedere, e quindi nemmeno mettere a bilancio. Ma si può misurare altro: quante persone hai in casa il giorno in cui il ritorno arriva. Quello rende, e rende per tre strade.

Un ordine di grandezza, per cominciare. Uno studio di Frontier Economics per il governo britannico (2024) stima che cento sterline di ricerca pubblica producano, dopo circa sei anni, quaranta sterline l’anno di produttività in più nelle imprese. È una media, non una previsione sul singolo progetto, e gli stessi autori avvertono che potrebbe peccare per eccesso: ma anche dimezzata resterebbe ben sopra il tasso a cui lo Stato si indebita.

La prima strada sono le persone. L’analisi costi-benefici del Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del CERN famoso per il bosone di Higgs, condotta all’Università di Milano, stima al 90% la probabilità che i benefici superino i costi, e tra le voci di peso c’è la formazione: i giovani ricercatori passati dal CERN si aspettano di guadagnare in carriera circa il 9% in più degli altri. Quel premio lo incassa il paese in cui lavorano e pagano le tasse. Se li formiamo noi e li assume la Germania, lo incassa la Germania.

La seconda sono le imprese. Nel deserto australiano sta sorgendo SKA-Low, 131.072 antenne a forma di albero di Natale: il disegno l’ha messo a punto l’INAF con il CNR, e le prime 77.000 le produce un’azienda italiana, Sirio Antenne. La cupola dell’Extremely Large Telescope, in Cile, circa 400 milioni di euro, è andata a un consorzio italiano. Le commesse le vincono le aziende, ma qualcuno deve scrivere le specifiche, sedersi ai tavoli internazionali, seguire il lavoro per anni. Nello spazio questo legame è persino istituzionalizzato: l’ASI finanzia programmi costruiti esplicitamente sulla collaborazione fra università, enti di ricerca e imprese, perché il trasferimento di conoscenza fra questi tre mondi è parte della politica industriale del settore.

La terza è la meno visibile. Chi scrive il software di un radiotelescopio sa costruire le infrastrutture di calcolo su cui girano i sistemi di intelligenza artificiale; chi progetta uno specchio che si deforma per correggere l’atmosfera sa fare la meccanica di precisione che serve ai semiconduttori, allo spazio, alla difesa. E all’energia. Quando Eni ha trasformato il suo Green Data Center a Ferrera Erbognone in uno dei poli di supercalcolo più potenti al mondo (i sistemi HPC) per ottimizzare l’esplorazione, le rinnovabili e la futura fusione nucleare, ha dovuto attingere a piene mani dai ricercatori, vista la tecnologia di confine. Chi per anni è stato pagato (spesso a termine) per estrarre un segnale dai petabyte di rumore cosmico catturati da un satellite, possiede l’architettura mentale per far girare gli algoritmi che ottimizzano i consumi di un colosso industriale. La distinzione fra «ricerca pura» come lusso e politica industriale come economia vera esiste solo nei discorsi.

Il meccanismo

Quello che succede all’INAF non è un incidente. È il modo in cui, da anni, si finanzia la ricerca: a ondate, con soldi che arrivano in fretta e scadono altrettanto in fretta. Il PNRR ne è l’esempio più grande. Ha portato nella ricerca oltre undici miliardi, e i soli partenariati e progetti da esso finanziati hanno assunto a termine più di 2.600 ricercatori. Il Piano si chiude quest’anno. È lo stop-and-go, il modo più costoso di finanziare la scienza: si assume in fretta, si forma, e si lascia andare esattamente quando l’investimento comincerebbe a rendere. Nessuna azienda tratterebbe così un impianto appena costruito. Con le persone, stranamente, è la norma. Il problema non è che quelle risorse siano state spese: è che l’espansione è stata finanziata a termine. Si sono costruiti progetti, infrastrutture e competenze senza costruire, nello stesso momento, il meccanismo ordinario capace di assorbirle quando i finanziamenti fossero finiti.

Secondo l’Istat, a quattro-sei anni dal titolo il 74,4% dei dottori di ricerca che lavorano in un ente pubblico di ricerca e l’80,3% di quelli che lavorano in un’università ha ancora un contratto a termine o una borsa. Il governo in qualche modo ha risposto. Il piano straordinario del ministero (60,7 milioni l’anno dal 2027, fino a duemila assunzioni, in cofinanziamento con università ed enti) ne destina 1.051 a chi viene dal PNRR e riserva agli enti di ricerca 8,7 milioni l’anno per 276 stabilizzazioni. È un passo. Ma è un piano straordinario, pensato per l’emergenza di oggi: lascia intatto il meccanismo che produrrà la prossima. Anzi, oggi gli strumenti per rendere i ricercatori precari (contratti senza tutele e altamente precarizzanti) sono il doppio rispetto a pochi anni fa.

Eppure li lasciamo andare, in un paese che ne ha già pochi. Investiamo in ricerca e sviluppo l’1,4% del PIL, contro il 2,2% dell’Unione europea, il 3,1% della Germania, il 3,4% degli Stati Uniti e il 2,7% della Cina, e il divario non è soltanto percentuale: nel 2024 Stati Uniti e Cina, da soli, hanno concentrato quasi il 60% della spesa mondiale in ricerca e sviluppo.

Agli Starting Grant di quest’anno, i finanziamenti del Consiglio europeo della ricerca per gli scienziati a inizio carriera, i vincitori italiani sono cinquanta, secondi solo ai tedeschi. I progetti che si svolgeranno in Italia sono ventidue. Il confronto è grossolano, perché molti dei cinquanta lavoravano già all’estero, ma dice che formiamo talenti che vincono in Europa e poi vanno altrove.

Che cosa chiedere

Subito: prorogare l’articolo 20 della legge Madia per gli enti di ricerca almeno fino al 2028, il termine degli emendamenti respinti a febbraio, e finanziare le assunzioni. Per l’INAF, i 6,5 milioni promessi contro gli 1,6 stanziati.

Poi, e soprattutto: smettere di produrre precari. Stabilizzare non basta, se le regole che li generano restano le stesse. Servono tre strumenti concreti.

  • Una legge di programmazione pluriennale con fondi vincolati, che tolga la ricerca dal gioco degli emendamenti di dicembre.
  • Un piano di reclutamento con quote annuali fisse: il ricambio programmato al posto del picco e del crollo.
  • Una soglia di spesa in ricerca, in percentuale del PIL, fissata per legge.

Non sarebbe un esperimento. La Francia ha già una Loi de programmation de la recherche che programma fino al 2030 l’evoluzione delle risorse destinate alla ricerca e fissa come obiettivo almeno il 3% del PIL in ricerca e sviluppo, di cui l’1% pubblico. La Germania ha scelto un altro modello: con il Pakt für Forschung und Innovation IV, Bund e Länder hanno programmato per il 2021-2030 una crescita del 3% l’anno dei finanziamenti alle principali organizzazioni pubbliche di ricerca. Due strumenti diversi, con limiti diversi, ma fondati sullo stesso principio: chi fa ricerca deve poter sapere quali risorse avrà non tra sei mesi, ma tra cinque o dieci anni.

La legge di bilancio 2026 prova a dare alla ricerca una prospettiva triennale, con un cronoprogramma finanziario aggiornabile ogni anno. È un passo avanti rispetto alla logica degli interventi estemporanei, ma non mette quelle risorse al riparo: il Fondo accorpa in larga parte stanziamenti già esistenti e le future leggi di bilancio potranno comunque rimodularli.

Il principio è questo: la ricerca va trattata come si dovrebbe trattare la sanità, l’istruzione, la transizione ecologica, il trasporto pubblico. Non come un capitolo da tagliare quando il bilancio stringe, ma come un impegno con cui vincolare il bilancio. Anche sanità e scuola sono sotto pressione, e nessuno è al riparo: il punto è il criterio, non la situazione di oggi.

C’è poi una questione di metodo. Un grande programma d’arma si impegna su un orizzonte di anni: per il caccia GCAP, il finanziamento previsto per l’Italia per le prime due fasi era intorno ai 6 miliardi entro il 2035, ora più che triplicato a 18,6 miliardi secondo un decreto di programma del ministero della Difesa. A chi progetta uno strumento per un telescopio si offre, oggi, un contratto legato alla durata del progetto.

Il primo gennaio

Il ministero, presentando il suo piano straordinario, ha scritto che le competenze formate dal PNRR «non andranno disperse». A tre mesi dalla scadenza non risulta una proroga della legge né un intervento sul meccanismo che crea precariato strutturale.

Senza proroga, il primo gennaio Davide e Chiara avranno davanti le stesse due strade: aspettare un concorso che forse ci sarà, oppure guardare le offerte che, con quei curriculum, difficilmente mancano. E il problema è che non possono aspettare il primo gennaio per decidere: mentre discutiamo se trattenerli, potrebbero avere già cominciato a cercare altrove.

Un paese che perde così il proprio capitale non se ne accorge. Non c’è un fallimento, non c’è una data. Il ritorno, quando arriva, arriva a chi ha ancora in casa le persone capaci di riconoscerlo. Rischiamo di regalarle a chi le assumerà. E c’è un altro costo meno visibile: una competenza specialistica non è un bene che si mette in magazzino. Interrompere una carriera significa interrompere anche l’accumulo di esperienza, reti scientifiche e conoscenza specifica che si costruiscono lavorando.

Un capitale così non va in fumo in un giorno: scade un contratto alla volta.