Sicurezza
La sicurezza tradita: l’emorragia silenziosa del capitale umano
Quando in Italia si pronuncia la parola sicurezza, la mente corre subito ai controlli, alle forze dell’ordine, ai confini, alle telecamere, alle lunghe discussioni che riempiono i talk show. È un riflesso istintivo, sedimentato negli anni, che riduce la sicurezza a qualcosa che si esercita “dall’alto”. Eppure la sicurezza di un Paese non nasce dalla paura. Nasce dalla fiducia. Nasce dalle possibilità che offre ai suoi cittadini. E oggi deve assumere un nuovo significato. Deve essere sinonimo dell’impegno di un Paese per assicurare un futuro dignitoso a chi rappresenta le capacità e le conoscenze necessarie per guidare il progresso e l’innovazione del Paese stesso.
Ogni giorno, negli aeroporti italiani, centinaia di giovani partono non per avventura, ma per necessità. Li salutiamo come “cervelli in fuga”, come se fosse un destino naturale di un Paese mediterraneo e un po’ fatalista. Ma non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è piuttosto la resa silenziosa di una nazione che si è abituata a vedere partire chi avrebbe dovuto guidarla nella transizione ecologica, nell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica, nella scuola, nella sanità, nell’industria.
Partire, per molti, non è una scelta. È un atto di sopravvivenza.
Viviamo in un mondo in cui la sicurezza non si costruisce più come vent’anni fa. Oggi la forza di un Paese si vede da quante persone riesce ad attrarre, dalle opportunità che offre nei laboratori, negli ospedali, nelle scuole, nelle imprese. È una competizione silenziosa, fatta di ricerca, conoscenza, tecnologia. Mentre molte nazioni investono per far restare i propri giovani o convincerne altri a trasferirsi, noi continuiamo a lasciarli andare via come se fosse un dettaglio trascurabile. E ogni volta che un ingegnere parte, che un medico rinuncia, che un ricercatore prende un volo per l’estero, che un insegnante decide di cambiare mestiere, il Paese perde un pezzo della sua sicurezza. Non è una crepa che fa rumore, non ci sono sirene, non c’è un’emergenza “da notiziario”. Ma è un indebolimento reale, continuo, che ci sottrae capacità proprio dove servirebbero di più. Un lento sanguinamento che non vediamo, ma che ogni anno lascia il Paese un po’ più fragile, un po’ più vuoto, un po’ meno capace di credere nel proprio futuro.
La sicurezza, quella vera, è fatta di persone che restano e scelgono di costruire qui la propria vita. È fatta di una sanità che non perde medici, infermieri, operatori socio-sanitari, di una scuola che non si svuota di docenti giovani, di una pubblica amministrazione capace di assumere figure qualificate, di industrie che trovano competenze, di territori che non si spopolano. Un Paese diventa insicuro non quando aumenta la criminalità, ma quando diminuisce la fiducia. E la fiducia diminuisce quando i giovani non vedono possibilità, quando l’unica alternativa è l’espatrio, quando la precarietà diventa un marchio generazionale, quando il costo della vita supera ogni prospettiva di autonomia. È in quello spazio che va a crearsi, tra la sfiducia e la rassegnazione, che l’insicurezza, sotto le sue mille sfaccettature, diventa un fenomeno emergente.
Chi vive nelle aree interne, nelle periferie, nei piccoli comuni lo sa bene: quando i giovani se ne vanno, non se ne va solo la loro presenza. Se ne vanno pezzi interi di comunità. Chiudono negozi, si riducono i servizi, le scuole faticano a formare classi, le attività culturali scompaiono, i trasporti pubblici diventano sempre più rari. Un territorio senza giovani è un territorio esposto, non perché manchi il controllo, ma perché manca la vita. E la vita non la riporti con un decreto sicurezza: la riporti creando condizioni che rendano una scelta rimanere.
Anche il tema della natalità – spesso piegato a slogan moralistici – racconta la stessa storia. Non è vero che i giovani non fanno figli perché non ne hanno voglia: non li fanno perché non possono. Perché non puoi progettare un futuro quando guadagni troppo poco per pagare un affitto, quando non hai un contratto a tempo indeterminato, quando il welfare è insufficiente, quando gli orari del lavoro e dei servizi non sono compatibili con la vita reale. La natalità non è un tema da destra conservatrice o da sinistra identitaria: è un indicatore della sicurezza sociale di un Paese. Dove c’è sicurezza, le persone costruiscono. Dove non c’è, rinunciano. E, nella peggiore delle ipotesi, vanno via. Non è così diverso, in fondo, da ciò che accade nei luoghi colpiti dalla guerra: quando una comunità non si sente più protetta, quando il presente diventa incerto e il futuro impensabile, si fugge. Non per scelta, ma per istinto. Naturalmente quello che viviamo in Italia non è paragonabile alle tragedie dei conflitti, ma il meccanismo umano è lo stesso: quando la vita diventa troppo difficile, ci si mette in cammino verso un altrove possibile. Anche i nostri giovani, seppur senza bombe intorno, fanno la stessa cosa. Partono per cercare quella sicurezza che qui non trovano.
Per anni ci siamo raccontati che chi partiva “avrebbe portato lustro al Paese dall’estero”. Una narrazione comoda, ma ingannevole. Non c’è nulla di glorioso nella fuga obbligata delle competenze. La verità è che l’Italia non soffre solo per la criminalità più di altri Paesi europei, non soffre solo per la presenza di pericoli immediati maggiori: soffre anche e soprattutto per l’emorragia costante delle sue forze migliori.
E una nazione che perde i suoi giovani non è una nazione sicura.
Ricostruire la sicurezza significa allora ribaltare la prospettiva: non più controllo, ma opportunità; non più repressione, ma possibilità; non più paura, ma fiducia. Significa creare condizioni in cui non sia un atto di coraggio restare: in cui una giovane dottoressa o un infermiere scelgano di lavorare qui perché trovano ospedali che li valorizzano; in cui un’ingegnera, un tecnico specializzato, un’artigiana non siano costretti a partire per vedere riconosciuto il proprio valore; in cui un’insegnante non debba passare anni tra graduatorie e supplenze; in cui nessun genitore debba rinunciare al lavoro o ricorrere alle ferie o malattie strategiche per poter stare con i propri figli, perché i congedi sono adeguati e i servizi funzionano; in cui i lavoratori e le lavoratrici dei servizi, della cultura, dell’assistenza non vivano con salari da sopravvivenza; in cui formare una famiglia non sia un rischio economico ma una possibilità reale; in cui vivere in un piccolo paese non equivalga a rinunciare alla propria vita.
La sicurezza di un Paese democratico si misura nella sua capacità di dare futuro.
E il futuro lo costruiscono i giovani.
L’Italia sarà più sicura non quando avrà più controllo, ma quando riuscirà a trattenere la vita che oggi scappa. Quando smetteremo di perdere il nostro capitale umano, quando restare sarà una possibilità reale e non una prova di coraggio, quando chi cresce qui potrà finalmente immaginare il proprio domani senza doverlo cercare altrove.
Perché fermare la fuga di capitale umano è una questione strategica per il Sistema Paese.
La sicurezza non è controllo, non è repressione: è dare ai giovani un motivo per restare.
E finché non lo faremo, nessuna sirena riuscirà a coprire il silenzio di chi parte.