Una tregua annunciata non ripara una centrale colpita da un drone.

Dalle infrastrutture colpite alla bolletta: perché la sicurezza energetica si misura anche da chi riesce a pagare l’energia, non solo dal prezzo del petrolio.

L’11 ottobre Donald Trump ha annunciato una tregua energetica tra Russia e Ucraina, con effetto immediato. Kyiv ha detto di non esserne stata informata, Mosca non ha confermato e, nelle ore successive, una centrale di Kharkiv è stata colpita. Il giorno prima, a Riyadh, un attacco rivendicato dagli Houthi all’aeroporto aveva causato, secondo le autorità saudite, almeno dodici morti e oltre trecento feriti.

Due crisi lontane, una lezione sola: oggi la sicurezza energetica non si misura da quanto petrolio o gas si produce o si compra, ma da ciò che riesce davvero ad arrivare a chi ne ha bisogno. Un comunicato cambia le aspettative, non ripara mica una centrale.

Un’arma e un servizio essenziale

Colpire impianti e reti riduce la capacità di un esercito anche lontano dal fronte. Ma una raffineria che rifornisce i mezzi militari e una rete urbana che alimenta ospedali, acquedotti e case non sono la stessa cosa.

Il rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, di giugno 2026, conta almeno 423 attacchi russi a impianti elettrici e almeno 74 al riscaldamento tra ottobre 2025 e marzo 2026. Centinaia di migliaia di civili sono rimasti senza riscaldamento, molti per settimane, nell’inverno più freddo dal 2010. Lo stesso rapporto riferisce anche di attacchi ucraini a infrastrutture energetiche nella regione russa di Belgorod, su una scala molto diversa. Il criterio, però, vale per tutti: ciò che serve ai civili va protetto.

Hormuz e il prezzo della paura

Dal marzo 2026, con la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il traffico nello stretto di Hormuz è fortemente ridotto. Nel 2025 vi passavano in media circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, un quinto del consumo mondiale, e circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia.

Per aggirarlo, l’Arabia Saudita usa un oleodotto fino al Mar Rosso. Il 10 settembre, secondo Riyadh, droni lanciati dall’Iraq lo hanno colpito e l’oleodotto è stato fermato. L’attacco all’aeroporto non riguarda il petrolio, e confondere i due episodi sarebbe un errore. Ma mostra che ogni rotta alternativa è diventata un bersaglio.

Il prezzo non segue solo i barili di oggi, ma la paura di quelli di domani. Nel 2026 il Brent ha superato i 110 dollari durante il blocco, è sceso sotto gli 80 dopo la riapertura parziale di giugno ed è tornato intorno ai 100 a inizio ottobre. Una tregua non verificata non ripristina i flussi. E non esiste un prezzo solo: il petrolio pesa su carburanti e trasporti, il gas su riscaldamento ed elettricità.

Il conto arriva in Italia

Nel 2025 il gas ha prodotto il 46,3% dell’elettricità generata in Italia e la dipendenza energetica dall’estero è salita al 75,2% (bilancio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica). Nel mercato all’ingrosso anche gli impianti a gas concorrono a fissare il prezzo: così l’energia prodotta senza gas può costare come se fosse gas.

Le rinnovabili hanno coperto il 41% del fabbisogno elettrico (Terna), ma nel 2025 il fotovoltaico è cresciuto del 25% mentre l’idroelettrico è calato del 21%. Una fonte sola non basta: servono più fonti, reti e accumuli. Il Piano di sviluppo di Terna prevede oltre 23 miliardi di euro nel decennio 2025-2034. E serve efficienza, perché l’energia più al riparo dalle crisi è quella che non consumiamo.

La domanda vera: chi paga

Secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, nel 2024 erano 2,4 milioni le famiglie in povertà energetica, il 9,1% del totale. Meno di una su cinque ha ricevuto il bonus sociale elettrico. Per il 2026 la CGIA di Mestre stima oltre 5,4 miliardi di euro di spesa in più per luce e gas rispetto al 2025: in Emilia-Romagna circa 519 milioni.

E c’è una seconda domanda: chi può permettersi un impianto fotovoltaico, o isolare la propria casa? Se la transizione resta un’opportunità per chi ha già capitale, non protegge chi ne avrebbe più bisogno. Una transizione giusta parte da qui: aiuti che raggiungano davvero le famiglie in difficoltà, case pubbliche più efficienti, comunità energetiche aperte anche a chi non ha un tetto proprio.

La sicurezza energetica non si misura dalle centrali accese. Si misura dalla casa riscaldata, dall’impresa che continua a produrre, dal lavoratore che non vede il proprio reddito eroso dall’ennesima crisi internazionale. Il vero costo della dipendenza non compare solo nelle quotazioni del petrolio: arriva una bolletta alla volta.